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Madre di un figlio che non c’è

Perdere un figlio durante l’attesa

figlio mai natoStavo aspettando il terzo bambino quando, durante l’ecografia morfologica alla 21° settimana, la ginecologa mi ha informato che il battito non c’era più.

Da un paio di settimane dicevo a mio marito, fra i denti, sottovoce, con un
sospiro di terrore, che mi pareva strano non sentire i suoi movimenti…
delle bambine che mi scorrazzavano intorno li avevo avvertiti già alla 18°
settimana, ma questa volta in me c’era un immobilismo surreale. D’altra
parte la nausea e il vomito non mi mollavano mai, quindi volevo credere che
questa fosse solo una gravidanza diversa dalle altre.

Invece sul monitor dell’ecografo ha preso forma la verità: una massa
calcificata e deformata era ciò che restava della nostra terza bambina,
morta nel mio grembo a 17 settimane per un nodo del cordone e rimasta a
macerarsi lì per quasi un mese.

In questo modo siamo stati catapultati nel mondo delle *perdite durante
l’attesa*, un mondo a parte vero e proprio, dove difficilmente le cose, i
fatti, le emozioni e il profondo dolore, hanno diritto di essere come
altrove.

In questo mondo i figli non sono figli veri, più spesso sono scarti,
aborti, masse o grumi.

Questi figli non sono morti davvero, perché non sono mai nati.

Questi figli non sono nati (anche se sono stati partoriti, con contrazioni
vere, dolori veri, in un letto da parto vero, in una sala parto vera, di un
ospedale vero) perché non hanno mai respirato la nostra aria.

Il primo scoglio, che quasi sempre si incontra, è la mancanza di
informazione.L’ospedale dovrebbe informare i genitori dell’opportunità di seppellire illoro bambino morto (di qualunque età gestazionale) e officiare per lui ilrito funebre. Esistono alcune leggi che regolamentano la materia: il *Regio Decreto 09.07.1939 n. 1238 Art. 74* e il *D.P.R. 10/09/1990 n. 285 – Articolo 7*.Noi, ritornati a casa dall’ospedale con le *braccia vuote*, ignari dell’opportunità che ci avevano negato non informandoci, abbiamo compreso che ci sarebbe stato utile seppellire nostra figlia per saperla in un posto: pensavamo che trovandole un posto su questa terra, nella nostra vita e nella nostra famiglia, saremmo anche riusciti a trovargliene uno nel nostro cuore, tanto da riuscire a costruire una nuova normalità fatta di tutte le cose di sempre, con l’aggiunta dell’assenza di una delle nostre bambine.

Siamo stati noi a chiedere all’ospedale di poter seppellire nostra figlia,
opportunità che ci è stata concessa, pur con tutte le difficoltà legate ad
una mancanza di informazione e formazione generale, capace di accompagnare
e sostenere i genitori come noi.

Così seppellire Elìa è servito a noi, per dimostrarci che il dolore sentito
per la sua perdita era giustificato e reale: avevamo perso una bambina
vissuta veramente (anche se solo dentro di me), perché solo chi vive può
morire e solo chi muore può essere sepolto.

Questa gestualità ci ha permesso di sentirci pienamente genitori: abbiamo
compiuto materialmente atti e scelte che ci restituivano il ruolo che
avevamo verso di lei e definivano lei nella nostra vita, abbiamo seguito il
suo corpo fino al luogo in cui giace, avendo certezza di dove poterla
pensare e potendo scrivere il nome che avevamo scelto per lei sulla targa
di marmo posta sulla sua tomba.

Esiste traccia di questa bambina. Una traccia tangibile che ne definisce il
tempo, lo spazio e il destino. Per lei abbiamo compiuto i passi che avremmo
compiuto per qualunque altro nostro figlio, pacificando quella parte di noi
che non tollerava di sapere Elìa diversa dagli altri, solo perché non aveva
avuto la possibilità di vivere abbastanza da meritarlo.

Dopo Elìa è arrivata Noah, anche lei morta molto presto: a 15 settimane,
per una ragione sconosciuta. Anche lei è rimasta dentro di me alcune
settimane, nonostante la sua morte. Anche di lei sapevo prima
dell’ecografia che era morta. Ho partorito anche lei, con dolori veri, in
un ospedale vero, ma anche lei sembrava non essere mai esistita. Anche lei
ha una tomba e una targa, vicino alla sorella.

Il grande silenzio e la mancanza di sostegno, di riconoscimento di un
dolore vero, causato da morti vere, mi ha spinto a pubblicare *Questione di
biglie*: il racconto della mia esperienza, delle fasi estremamente faticose
che ho vissuto lungo il percorso di elaborazione dei nostri lutti.

La solitudine è senza dubbio la condizione più pesante in cui ci siamo
trovati.Il lutto di per sé alimenta questa sensazione, trattandosi di un momento della vita in cui tocca fare i conti con l’assenza di chi si è amato E’ comune pensare che per questi figli, con i quali non si sono condivisi momenti, sorrisi, gesti e dei quali molto spesso non si conoscono i lineamenti e il carattere, sia esagerato, se non patologico. Si pensa sia eccessivo avvertire una sofferenza acuta, che lascia senza fiato, senza pensieri, senza voglia di vivere, senza l’immediata capacità di relegare i fatti in quella parte delle statistiche più nefaste che devono essere dimenticate in fretta per lasciare posto alla sana volontà e capacità di *andare avanti*, quando spesso *andare avanti* si traduce nel mettere al mondo un altro figlio.
In realtà con questi bambini si sono divisi momenti, progetti, speranze,
aspettative. Si è fatto spazio per loro, sia fisicamente (perché
inevitabilmente hanno occupato il ventre delle loro madri, spesso mutando
le loro abitudini, aspettative e priorità), sia materialmente (perché
possono essere stati acquistati indumenti e oggetti che non avranno più chi
li indosserà e li adopererà).

Superata la 12esima settimana di gestazione, questi figli sono partoriti,
come tutti gli altri figli, lasciando vuoto quel ventre pieno e vuote
quelle braccia che non si riempiranno mai di loro.

Questa è una solitudine, un’assenza, con cui è doveroso fare i conti.
L’onere di questa fatica ricade totalmente su chi subisce il lutto. L’onere
aumenta esponenzialmente quando è acuito dall’impossibilità di condividere
il proprio dolore. Allora si è soli ad imparare a convivere con un’assenza
contro natura: nessuno mette mai in conto di sopravvivere ai propri figli.

Il dolore per queste perdite è un vero e proprio tabù: spesso mi sono
sentita motivare questa realtà con l’incapacità della gente di sostenere il
dolore altrui. Le persone reagirebbero ad una sofferenza incomprensibile,
incapaci di gestirla, semplicemente negandola e sminuendola.

Questo tipo di lettura della realtà ha alimentato la mia collera, ha
autorizzato la rabbia verso le persone che si permettevano di non capire,
che mostravano l’incapacità di relazionarsi con me senza ferire la mia
sensibilità anche impercettibilmente.

Col tempo ho preso una certa distanza dal mio dolore, ho acquisito una
maggiore lucidità nel guardare la realtà e mi sono convinta che la vera
ragione della quasi totale disattenzione verso questo argomento venga
unicamente dalla mancanza di informazione.

Di aborto non si parla perché nessuno (o quasi) ne parla e non si sa come
relazionarsi con chi ha subito un aborto perché nessuno (o quasi) si
preoccupa di infondere la cultura necessaria.

Proprio per la convinzione a priori che la gente rifiuti il dolore e a
causa del bisogno di difendersi dalle frasi infelici, dal silenzio,
dall’ignoranza di chi non sa e non può sapere, si genera una chiusura
sull’argomento che alimenta la divisione fra chi ne ha esperienza e chi non
ne ha.

E’ l’atteggiamento a fare la differenza, infatti, da quando parlo di
aborto, con l’intenzione di informare e divulgare in merito ad una realtà
che è tale da sempre, ho avuto l’opportunità di sensibilizzare chi non
sapeva e raccogliere un’umanità, un’attenzione che prima mi erano del tutto
sconosciute. Le persone non sanno e non potranno mai sapere, finché
qualcuno, che quantomeno ne ha esperienza, non le inform
Per questa ragione e con l’intento di dare una lettura differente ad alcune strategie di elaborazione che si adottano di sovente, dopo la pubblicazione
del libro *Questione di biglie*, ho deciso di aprire il blog *
questionedibiglie.blogspot.it*.

Mi sono sentita dire più volte che questa mia attività legata alle bambine
che non ho più, sia funzionale al bisogno di *farle vivere* in qualche
altro modo. In realtà, sfatando una fra le diverse strategie di consolazione comunemente usate, non cerco di soddisfare il mio bisogno di *dare senso* alle mie morti, perché risultino sostenibili: la morte è divenuta sostenibile quando ho accettato che è parte integrante della vita stessa.

Noi genitori possiamo tentare di dare la vita ai nostri figli, qualche
volta ci riusciamo, eppure non ci è concesso di avere controllo sulla loro
durata in vita.
Piuttosto il senso del mio impegno sta nel bisogno di colmare anche in
minima parte, questo grande vuoto che c’è per i genitori come noi, in
particolare per le madri come me.

Mamme di figli che non ci sono. Madri che trovano modo vivere pur con
l’assenza di un figlio. Che prendono tutto l’immenso dolore che è la morte
e lo riescono a trasformare in qualcos’altro.

Processo che avviene in molti modi diversi, perché differenti sono le
sensibilità di ognuno di noi.

Per esempio, per me è stato impossibile trovare consolazione nel pensare
alle mie figlie come a degli angeli, oppure a figlie ‘speciali’, così come
non posso immaginare la loro morte come un dono che mi ha resa migliore,
tanto meno speciale.

La loro morte non è meno dolorosa solo perché conto già figlie vive: tutti
i miei figli sono ugualmente importanti e hanno un ruolo nella mia vita che
è quello di avere reso me madre, ogni volta in modo diverso e unico.

Il dolore, di per sé è doloroso e basta, noi possiamo mostrare chi siamo o
vogliamo diventare, prendendo questo dolore e facendo di esso qualcosa che
diversamente non sarebbe mai stato. Il nostro valore, la nostra natura, il
nostro essere si misura a partire dall’atteggiamento che decidiamo di
scegliere e adottare per proseguire. Così, se questo è un dolore che non
penso affatto ci migliori, è invece una sofferenza capace di mutare e
mutare profondamente parti di noi. Le cose accadono, spetta ad ognuno di
noi decidere cosa fare di ciò che gli eventi lasciano sulla nostra strada.

C’è stato un momento (anche più di uno) in cui mi sono domandata come fosse
possibile che ancora tutto questo fosse un tabù così difficile da scalzare.
Una di quelle domande che ci si pone basiti e increduli. Finché mi sono
risposta che, quali che fossero le ragioni, io nel mio piccolo, avrei
potuto cominciare a fare la differenza.

Passo dopo passo, questo piccolo si è allargato e si sta diffondendo.

Penso che non ci si possa più porre domande del genere e rimanere
semplicemente increduli. Penso che chiunque ne abbia l’opportunità, debba
fare la propria parte, diventando ambasciatore di una realtà che, secondo
le statistiche più benevole, colpisce il 30% delle gravidanze.

L’apertura e l’ascolto verso questo dolore silente, così difficile da
raccontare, capire e condividere, è fondamentale.
Basterebbe saper rispettare e ammettere che questo sia un dolore che
esiste, come sono esistiti quei figli che non si possono vedere crescere.
Basterebbe poterne parlare, trovare spazi e luoghi in cui spiegare cosa sia
questo dolore, di cosa avrebbe bisogno chi si trova a vivere un’esperienza
simile. Sarebbe utile ad avere quella minima e legittima attenzione per non
sentirsi soli, invisibili, privi e privati anche del semplice conforto che,
se non muta la condizione di lutto, aiuta a non sentirsi completamente
persi. Bisognerebbe tenere ben presente che questo evento può colpire
indiscriminatamente chiunque tenti di mettere al mondo un figlio, dunque
riguarda quasi tutti noi…

Erika Zerbini

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